immemoria

usando la memoria fino a dove serve, dimenticando se non serve

Eccomi

Utente: recel
il libro che non ho letto, la canzone che ho ascoltato troppo, l'ovatta in cui sogno di trovare riposo, gli odori che reinnescano sensazioni inesplose. o soltanto l'alba di una buona giornata.

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lunedì, 28 marzo 2005
il mio 'amico' g alias t

[questo post dovrebbe recare la data 30/31 marzo. ma dovendo io partire per ‘un’idea come un’altra’, sì, insomma, per genova… mi vedo costretta, in assenza di certezze sul reperimento di comodi internet point, ad anticipare l‘editazione.]
il 30/31 marzo è l’anniversario. il primo, spero di una lunga serie, dell’incontro con il mio ‘amico’ g alias t: il gentiluomo, lirico, morbido, sfuggente-avvolgente, sportivo-indolente e molto altro g/t. perchè 30/31 marzo? perché il primo contatto non fu istantaneo-contemporaneo. ma accadde. e bene. non serve dire chi contattò prima chi né il motivo. chi non l’ha fatto prima, ha saputo rimettersi in pari dopo. se il motivo all’inizio non c’era, abbiamo saputo trovarne ben più di uno nel tempo a venire.
parlo di g, o meglio - come l’ho di comune accordo (anzi, forse, con sua consistente pressione) ribattezzato - t come di un ‘amico’. ma il termine (n.b. le virgolette) è inadeguato. è riduttivo. e non è nemmeno esplicativo.
in senso negativo, perché l’amico è quello che vedi con una certa frequenza, con cui vai a cena, al cinema, con cui scambi quattro chiacchiere bevendo una birra o un caffè. senza che nessuno veda niente di male in questo. meno che mai i due termini del rapporto amicale, che dovrebbero avere ben chiara l’esclusione di qualsivoglia altra implicazione. niente di tutto questo accade tra noi: per un po’ ho cercato di giustificarlo con la distanza, con i 300 km abbondanti che ci separano, conditi da una vita piena di lavoro-amici-famiglia-fidanzati (punctum prurens, quest’ultimo… reciproco fino a poco tempo fa. ora unilaterale, valevole solo dal canto suo; non più dal mio, come ben noto in questi lidi…). che rendono impossibile – o possibile solo al soddisfacente completamento periodico, da parte mia, delle dodici fatiche di ercole – incontrarci. il che è avvenuto, in un anno, due sole volte. l’una quasi da non considerarsi, 40 minuti o poco più in una imprecisata stazione ferroviaria. l’altra, un pomeriggio più degno di nota per le nostre reciproche esistenze, specie per certi gesti a stento trattenuti dal buon senso e ora incollati nella mia memoria… ma ahimè, in cuor mio, episodi sempre più lontani e irripetibili. si dirà leggendomi che non mi si vuole come amica da parte sua. che è solo mia la volontà di lottare per farci esistere come due persone legate tra loro. infatti ho provato a spezzare una catena fortemente presente, facendo tabula rasa della stima immensa che nutro per lui, resettando i miei sentimenti, che imperterriti gridano a gran voce di non perderlo, di tenerlo a qualunque costo, difendendoci a spada tratta contro tutte le possibili avversità… ma quando ho provato a rompere, ho sentito che non era possibile. perché nessuno di noi due in fondo lo vuole.
in senso positivo, c’è tra noi qualcosa che va ben al di là dell’amicizia. c’è l’aver chiarito, in me almeno (potrei parlare per lui?), di non poterne fare a meno. pur sapendo, per averne discorso ampiamente e con estrema chiarezza reciproca, che determinati stati di fatto (stati civili, più che altro) non si potranno mai cambiare. anche se, in qual certi magici, inafferrabili, forse nemmeno del tutto coscienti momenti di reciproco interagire, un pensiero su un diverso possibile atteggiarsi di noi c’è stato. più da parte mia che sua, peraltro. perché sono io l’anello debole della catena, l’elemento irrazionale, irrefrenabile, compulsivo. che mi fa voler ancora più bene a lui, per la sua razionalità e lucidità. e, perché no?, per la sua periodica e coinvolgente incoerenza, che lo porta talvolta ad agire al completo opposto di ciò che ci si attenderebbe quale conseguenza del suo pensare di noi.
conclusione: amore no / amicizia no / incontri forse: ma che siano bene in mezzo alla folla… perché chi mai saprebbe dominare l’incontrollabile? io no, non sono e non voglio essere, nell’unica vita che mi è data di vivere, così posata. lui nemmeno, se leggo bene tra le righe di certi suoi gesti e parole, con il milligrammo di esperienza in più degli x anni di cui sono maggiore di lui. improcedibile il rapporto, si dirà. come gli scrissi poco tempo fa, in uno dei momenti di umore basso, ‘noi non possiamo esistere’. eppure, ritorno sempre lì. all’ennesima – e purtroppo frequente – delusione interpersonale, ma anche nel semplice momento grigio, ritorno da lui. e lui risponde. con certe carinerie che sono solo sue, con certi singolari modi di scoprirci l’un l’altro cui solo lui sa portarmi. e che lo rendono irrinunciabile (ma – succo di un anno di conoscenza e portato di recenti acquisizioni... – non insostituibile). perché appunto unico, inqualificabile alla stregua delle categorie ordinarie di rapporto.
queste cose che scrivo, a ruota libera, con freni di anima e cuore completamente allentati, dovrò fargliele leggere. per quanto siano cose che lui ben sa, sento di dovergliele ripetere ancora. perché cosa ha lui da me, che potrebbe indurre a vedere nel suo essere presente un secondo fine? e cosa ho io che dovrebbe indurmi a pensare di meritarmi di più?
so quanto è costato ogni minimo gesto, al mio g così timido che ho saputo trasformare in un vero t: il primo sms; la prima telefonata; le mail scritte di corsa nel bel mezzo di una giornata di intenso lavoro per dare una calmatina alla testa matta che so essere talvolta; dirmi in forma non scritta che mi vuole bene; le fughe anzi tempo dal lavoro per incontrarmi; rivedere la seconda volta una mostra già vista per accompagnarmici; gli occhi tenuti bassi ad evitare i miei sguardi indagatori-accusatori-imploranti; il prevedere le mie lacrime per fermarle prima che inizino a scorrere lente; le mani, le più belle che abbia mai visto, che non sanno dove stare, ma non ferme; gli abbracci, di quelli cui pensi quando desideri fortemente un abbraccio degno di tal nome; i baci, quelli che ho saputo meritarmi, quelli che non vorrò o potrò meritarmi mai…
di tutto questo gli sarò perennemente grata. come dell’avermi fatto crescere, dall’alto dei suoi x anni in meno di me. dell’avermi insegnato che ci sono scelte che vanno fatte, dolorosamente ma per forza. ed altre di cui ci si può bellamente fregare.
ciò non si cancella. ciò ormai è parte di me.
potrei seriamente rinunciarvi? potrei smettere di ringraziare il cielo di avermi concesso di incontrarlo? in un’altra vita, forse. mai in questa.

Postato da: recel a 14:52 | link | commenti (12) |

domenica, 27 marzo 2005
buona pasqua

ci sono limiti mentali che non devo superare in me se poi non voglio ritrovarmi nuda, allo scoperto. con tutti gli sforzi che posso fare per mantenermi su un livello gioioso, giocoso, leggero - mi suggerirebbe qualcuno -, svolazzante... finisce sempre che faccio un passo in più verso una direzione più profonda, intima, importante. quando mi ci ritrovo, le colline appaiono montagne insormontabili, le pozze d'acqua oceani inaffrontabili... e sono qui, piccola e facile alla crepa, a scorrere intorno lo sguardo. a sentirmi inadeguata a tutto, all'altezza di nessuno, pronta a cedere il passo a chi potrebbe saper essere più splendente di me. non è solo fare il loro gioco?
ma è la verità quella di riuscire a lasciare il segno solo dove non mi sono mai aperta. dove non ho mai concesso la più vera me, nè promesso di farlo nemmeno al mio cuore. 
questa sarà la mia pasqua: un'attesa vibrante; se vince la meschinità, addirittura una spudorata ricerca di conferme... la meglio sarebbe scappare dalla rete con un giorno di anticipo. ma non sono così brava e forte.
unica rosea certezza: stasera farò un dono di altissima qualità alle mie orecchie... avanti così...

    

Postato da: recel a 12:00 | link | commenti (4) |

venerdì, 25 marzo 2005
de iustitia

XXIII.
La litterizia.

Maso. Nun ci anda' 'n tribunale, dammi retta.
Cecco. O dunque allora, o 'n dove vòi che vada?
Maso. La mi' opinione è questa, e te l' ho detta;
E per me quella lì nun è la strada.

Io son vecchio e lo so, per mi' disdetta,
Che a nun vole' carogne e' ci vor biada;
E questa, 'n der tu' 'aso è 'na licetta
Che ti va come 'r fodero alla spada.

Er Tribunale, vedi, è 'n affarone
Per er bimbo che ha mezzi e che ha malizia;
Ma se c' entra un citrullo che ha ragione

E 'un ha quaini e cerca la giustizia,
Da questo 'vi 'un se n'esce: o va 'n prigione,
O piglia, 'ome me, la litterizia.

Firenze, 1879.

                                     Renato Fucini

Postato da: recel a 18:10 | link | commenti (5) |

mercoledì, 23 marzo 2005
scatterbrain

a chiusura dell’orario di ricevimento scambio i miei occhi con un altro paio azzurro, perdonando la lampada abbronzante e la montatura che fa troppo trendsetter. ti aspetto al varco dell’esito del 140.

ora del the: ‘il sole è un lampo giallo al parabrise’. e caldo: 23° segna il termometro della mia macchinina blu. sfido il riverbero con gli occhiali ultraneri, senza passare per una tenebrosa per scelta. giù dall’auto, gli orecchini nuovi che mi ha regalato la mamma (calumet della pace?) ciondolano alla primavera e sdrammatizzano l’insieme optical, da spudorata a.h./aspirante. prendo il caffè con mio cugino, ché facciamo sempre una bella coppia. paga lui e mi apre pure lo sportello.

action-shopping (eatable): mercoledì a cena fanno 90g di tonno – pomodori (li aborro col tonno, li mangio a fasi distinte) – 4 cucchiai di fagioli – 40g di pane. dieta per automatismo, niente più da perdere all’idea.
alzo gli occhi al cielo: una scia bianca traccia l’ultimo azzurro. infantilmente mi permetto di leggervi il pensiero di chi voglio io. sorrido verso l’alto. non andrà sprecato nei tumulti del quotidiano.
intuisco che da qui in avanti sarà questo il vivere: agenda nera, pilot V5 extrafine, anticipo-spese-di-missione, tre settimane di pesto alla genovese, in combutta per un pranzo di pasqua anarchico. e adattamento. anche.

ho lasciato che il mio cervello si sparpagliasse.
ho lasciato parlare le sensazioni.
ho lasciato che la consistenza burrosa della mia carne bianca al risveglio
avesse la meglio sulle buone maniere della vita.

 

 

Postato da: recel a 18:20 | link | commenti (8) |

martedì, 22 marzo 2005
superfluente

WHY DOES IT ALWAYS RAIN ON ME
IS IT BECAUSE I LIED WHEN I WAS SEVENTEEN? (t)

Gela l'asfalto-notte qui
è da un pugno di giorni ormai.
Cominciamo ad aver bisogno
dei nostri vestiti consumati
(unfashioned victims)
di scoprire che l'armadio
ha conservato il loden verde
dai polsi lisi di tuo figlio

che fumi e fabbriche e vapori resistono
densi oltre sagome e profili post-urbani
che i cilindri del mulino macinano ancora

Non resta che intabarrarci facendo finta
che la sciarpa di vent'anni non sia soltanto
uno strappo attraversato
da una lama di vento

Scrivo per dirti che i tuoi guanti
di lana li porto ancora, hanno un buco,
li uso per andare in bicicletta

e per sapere se tu hai ancora quel maglione
cartadizucchero che ti avevo promesso
quando sono nato.

G.G.

aiuto, l'ho fatto... il vuoto spinto che ho in testa in questi giorni mi invoglia-costringe ad appropriarmi dell'altrui. trattasi di una poesia che mi è oltremodo cara e che ho scippato ma non troppo, considerando che è pubblicata in qualche luogo sul web. se mai lui saprà che ho fatto questo, sarà l'ennesimo tassello svelato, forse l'ennesimo perdono accordato.

 

 

Postato da: recel a 19:50 | link | commenti (6) |

sabato, 19 marzo 2005
another perfect weekend

...Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero...
                                     Giovanni Raboni

di recente ho pensato di non riuscire ad esserlo più, per nessuno, in nessuna circostanza... eppure ci provo, a volare leggera...
mi mancate tutti. provo a pensare se restare.



Postato da: recel a 14:18 | link | commenti (22) |

mercoledì, 16 marzo 2005
(Le mie parole)

Prima di te popolarono la solitudine che occupi
e sono abituate più di te alla mia tristezza.
Ora voglio che dicano ciò che voglio dirti
Perchè tu oda come voglio che m'oda.
 

                                                 P.N.

[questo è un biglietto di cartoncino rosa attaccato con lo spago ad un palloncino celeste: sono gli stessi colori che aveva il cielo al tramonto quando ho lasciato volare il mio pensiero... a chi sa, dove sa... lontano ma non troppo dalla mia collana di sorrisi]

Postato da: recel a 19:16 | link | commenti (7) |

martedì, 15 marzo 2005

ieri sera ho radunato le ultime cose ‘altrui’ rimaste a casa mia. non so perché l’ho fatto proprio ieri, in una delle mie serate peggiori, di quelle in cui nemmeno la visita o la telefonata di qualcuno dei miei più cari compagni di strada saprebbe tirarmi su. forse dentro ho pensato che non sarà mai il momento giusto: tanto vale sfruttare un banale impeto di buona volontà…
la foto bianco e nero da me scattata a parigi, infilata in un portafoto con velleità simpatiche; la mug di thun col cuore al volo, che stazionava imperterrita nello scolapiatti; la giacca in pile per le serate più fredde; la tuta da ginnastica in felpa grigia; l’inguardabile pigiama che non ha mai indossato; le infradito sanuk che gli comprai a riccione, insieme ai calzini con le cinque dita; il cuscino bassissimo, che poi ho di nuovo riposto nell’armadio, pur sapendo che non riuscirò mai a farlo usare a qualcun altro essere umano; lo spazzolino da denti nell’incurante custodia di plastica rosa…
di nuovo mi sono chiesta quanto sappiano parlare gli oggetti: quanto più nitidamente - e sempre senza eccessi - della mia lingua lunga coadiuvata dal mio cervello confuso.
alla fine è stato stupefacente vedere come quattro anni stavano comodi comodi in una scatola di cartone (anche quella comprata assieme in una delle ultime missioni ikea). tuttavia, sollevandola, mi sono resa conto di quanto pesassero: pochi oggetti, quattro anni, l’accumulo di scelte sbagliate giunto al pettine negli ultimi mesi. tutto qua.
la scatola, ho idea, stazionerà in quell’angolo finché riuscirò a non vederla più. perché so bene che nessuno mai passerà a prenderla. di male ne ho già fatto abbastanza.

 

 

 

Postato da: recel a 15:32 | link | commenti (13) |

lunedì, 14 marzo 2005
pensierino della sera

non è mai quello che ti aspetti, come e quando te lo aspetti. non è mai come te lo eri immaginato, costruendoci intorno anche una colonna sonora offerta dal thom yorke dei momenti di grazia. 
e tu insisti, giorno dopo giorno, ad esisterci intorno; a rendere più fitto, ingarbugliato, ricco di colori e di intrecci tra punti diversi il ricamo cui stai lavorando da anni.
perchè ancora adesso, all'alba della maturità, alla soglia dell'età adulta - che tu non credi ti appartenga ancora, ma che da più parti ti impongono di fare tua -, ti illudi di poter trovare uno sbocco, una via d'uscita a senso unico che ti estroietti nel bel mezzo della tua vita.
e ti illudi, altresì, che il passaggio alla vita sia abbastanza capiente per consentirti di attraversarlo non da sola, ma in compagnia. una duale, amorevole, 'cache-coeur' compagnia.   
buonanotte, bimba!

Postato da: recel a 21:05 | link | commenti (6) |

the (first and) last time

This is the last time
That I will show my face
One last tender lie
And then I'm out of this place
So tread it into the carpet
Or hide it under the stairs
Say that some things never die
Well I tried and I tried

Something I wasn't sure of
But I was in the middle of
Something I forget now
But I've seen too little of

The last time
You fall on me for anything you like
Your one last line
You fall on me for anything you like


[ogni tanto l'orecchio musicale della scrivente perde di tono e cede all'ascolto facile... ma quando un motivetto mi cattura e mi induce ad alzare il volume e persino a scrutare le parole... beh, mi si voglia perdonare, in questo lunedì ondivago...]

Postato da: recel a 15:37 | link | commenti (2) |

venerdì, 11 marzo 2005
messaggio in bottiglia

                      Madrid, 11 marzo 2004

Forse non esisti più a questo indirizzo,
su questo pianeta, nel già condiviso
nostro limbo mentale.
O forse il tuo sfiorarlo è d’un voyeur
dell’anonimo spasmodico costante
pullulare questo spazio vuoto.

Forse sono cambiata ma
non mi hai mai vista, poi.
Ma era mesi prima, rotazioni prima
dell’11 settembre, e un’altra era
segna questo 11 marzo.
In cui ti scrivo. Forse non cerco
risposte all’urlo indomito di vita
che mi guida. È soltanto
un’affermazione goffa di me stessa,
un tentativo tardivo di
stuccare le crepe del mio esistere.

Resta: una pagina rimasta aperta
di un libro rimasto da scrivere.
Nell’ansia che mai più consentirà
di lasciare partite sospese,
attendere domani sul da farsi,
con un monologo non sottotitolato
provo a chiudere, a vergare il bianco.
Non aspetto risposta. Anche se ci sarà,
un giorno è troppo in questo sfinito
mondo per consentirmi di leggerti ancora.
Non farlo. Risucchia di nuovo i moti repressi.
Lascia la lama penzolare nel vuoto.
Non è poi questo – ormai – che ci compete? Resta.

Postato da: recel a 19:08 | link | commenti (17) |

ardua riflessione del finesettimana

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds
,
Or bends with the remover to remove:
O no! it is an ever-fixed mark
That looks on tempests and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle's compass come:
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

Shakespeare, Sonnet 116

Postato da: recel a 15:22 | link | commenti (6) |

giovedì, 10 marzo 2005

le giornate allungano, le vetrine rifulgono di colori pastello, il sole ricomincia ad ammaliarmi...
presto tornerò a correre, in lungo e largo ai confini di questa piccola cttà.
per imparare di nuovo ad apprezzarla, scovandone angoli poco battuti, volti mai visti, e odorando nell'aria profumi dimenticati lungo l'inverno...
per sfiancare i miei polmoni, ogni volta cinque minuti in più, fino a non poterne più ma senza riuscire a farne a meno...
correre non mi fa pensare alle cose brutte. non mi fa voltare indietro. mi concentra sul davanti. sia come sia.

Postato da: recel a 18:38 | link | commenti (13) |

corri, nei tuoi ultimi giorni da queste parti. chè non tu abbia a scordare cosa e come è stato.
scrivi la tua lettera di rapide dimissioni e corri a mostrarla a chi di dovere: 'no che non lo vogliamo il preavviso, sì che ti paghiamo le ferie non godute, non pensarci nemmeno a sparire, a non farti più vedere da queste parti'...
come dovrei incassare il colpo dell'addio mascherato da arrivederci?
di buono - per dire di meglio è presto - avrò uno stipendio più elevato. 
di peggio - o di meglio? - sarò itinerante, lontana dal pc. lontana da tutto questo. ma soprattutto lontana da tutti loro. da ciò che taluni sono stati quando più ne avevo bisogno.
ma sarà solo questione di tempo, di esterna/interna organizzazione.
una sola cosa mi sento di dire adesso, mentre la corsa burocratica è solo agli inizi: che non diventerò mai così 'brava' da smettere di buttare troppo di me stessa in tutto quello che faccio, di investire in affetto anche dove si dovrebbe andare unicamente coi piedi di piombo della razionalità.
o forse, lo ripeto, è solo questione di tempo, di frapporre giorni, eventi, persone tra questo che è ora e quello che sarà da lunedì.
torno a correre...

l'aggettivo che meglio mi descrive da quattro giorni almeno: svuotata.

Postato da: recel a 11:23 | link | commenti (14) |

martedì, 08 marzo 2005
toro bianco

è andata bene? sì, se quello che professionalmente mi aspettavo da un anno si è realizzato nel giro di 4 giorni, e prenderà avvio nel giro di 8. e tutto come volevo io. ma non fa per me questo correre, questo trasgredire ai miei tempi, ai ritmi pacati della mia esistenza, fatta di anni che butto sulle spalle a mo' di scialle, ma senza riuscire mai a coprirmi abbastanza. 
non fa per me, ahimè, nemmeno il sonno mancato, mangiato dalla bile in un letto che non sapeva trovarmi l'accesso all'alba, stanotte.
ho bisogno di pensare, per non vedere nelle tante telefonate di 'rallegramenti' solo un 'pro forma'. per non avvertire maldestri tentativi di tappare i buchi in mani che si tendono pacate, cortesi, ragionevoli quanto io non sarò mai abbastanza in questa vita. per non sbagliare ancora e subire perdite irrimediabili. che il mio cuore già sa di non volere.
ma sento di non farcela, oggi, a chiedere di più a me stessa. perchè oggi sono riuscita a commuovermi solo davanti al panorama di roma dall'alto, pieno sole dalla scala a vetrate delle scuderie del quirinale; e solo perchè non lo popolava anima viva. e davanti al quadro del toro bianco di franz marc, perchè ho sentito dentro una stretta che ancora non molla: forse gli animali meritano più di tutti noi?  
di me, di certo. che aspetto soltanto stasera per incontrare una persona cui tengo tanto. per provare a dimenticare chi non può tornare. per iniziare a mostrare senza pudore la mia metafisica vecchiaia. il toro bianco che è in me. ha le corna, ok, ma chi lo prende sul serio nel suo colore verginale? 

Postato da: recel a 14:52 | link | commenti (10) |

lunedì, 07 marzo 2005

quando la tua super-nova postazione di lavoro comincia a familiarizzare con te, aiutata dal sole che le dà nuovi stagliati contorni ogni minuto che passa e sempre più mattine alla settimana;
quando la tua valutazione ex post ti staziona alle spalle fresca e profumata di stampa, col tuo nome in copertina e quei bei colori in cui speravi senza convinzione, in pile ben ordinate che aspettano solo di essere spedite ai competenti destinatari istituzionali;
quando al bar interno il tuo macchiato in tazza grande punteggiato di cacao è diventato 'il solito';
quando i compagni di mensa si apprestano a diventare qualcosa di più nel tuo scaffale degli affetti;
quando la dirigente ti offre spontaneo, non richiesto, inatteso davvero, un aiuto che va ben al di là di ciò che le compete e tu rimani lì, a bocca semi-aperta, stupita anche questa volta, per non capire il perchè;
quando sai che, pure arrivando il tuo contratto a t.d. alla sua naturale scadenza, il tempo non sarebbe mai abbastanza per salutare, ringraziare, piangere, rimpiangere, ricordare e gioire con chi ti ha dato tanto;
quando sono più i saluti sorridenti delle facce indagatorie nei corridoi ormai familiari del grande palazzo antico;
quando ti cominci ad accomodare nella nicchia tiepida che pure hai sempre saputo non appartenerti del tutto;

arriva una raccomandata da roma: partire, subito / prendere o lasciare / accettare senza decidere.
il tuo futuro ha da ingranare. il tuo contesto ha da cambiare...

Postato da: recel a 11:54 | link | commenti (6) |

venerdì, 04 marzo 2005

infine, rileggendo il blog prima di spegnere il pc e tornare a casa, riflettevo su quanto di mia madre c'è negli ultimi post (su due degli ultimi quattro, c'è tutta). perchè non ce l'ho dal vivo, se non come sagoma che attraversa le mie serate casalinghe. pressochè muta. senza perdono. senza ricerca della mia verità.
allora mi costringo a cercare ciò che lei non mi sta dando dentro di me. e pure fuori. da persone che non mi aspetto. anche da quelle appartenenti a categorie stereotipate da cui io rifuggo per scelta.
tutto va bene pur di salvarmi dal fiele, dall'acido, dall'amaro non dolcificabile che sono stata a lungo, un tempo. ma che stavolta no, non voglio tornare ad essere. caspita, no!

compito del weekend: andare a ricercare la mamma. magari c'è un angolo poco battuto di cuore dove possiamo di nuovo incontrarci, sederci vicine, prendere the e biscotti e parlare. sarebbe un buonissimo inizio... 

 

Postato da: recel a 16:04 | link | commenti (14) |

Per tutto c' è un momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo
                                                              
(Qohelet, 3, 1)

esistono, dunque. persone che sanno ascoltare. senza presentarti il conto. senza chiedere niente in cambio. senza pensare, alla fine dell'ascolto, di essere legittimate ad avanzare pretese. persone che sanno ricevere, ma non nel modo comune, quello di sdraiarsi a pancia in su, pronti a e ben contenti di farsi carezzare l'io narciso bene in vista. persone che, ricevendo il tuo peggio, o quello che tu reputi tale, riescono a metterlo sotto una buona luce: se non è pieno sole, è comunque già un bagliore nell'oscurità. persone che, mentre ricevono, già ti stanno dando tanto.

Postato da: recel a 10:43 | link | commenti (15) |

giovedì, 03 marzo 2005
s./in-memoria

stanotte ho di nuovo sognato s. i nostri incontri notturni da poco più di un anno sono diventati una consuetudine. mi stupirei che diminuissero di frequenza, non del contrario.
piacevole, questa consuetudine, non la potrei definire, non fosse altro che per il dolore che rivedere il suo volto, i suoi vividi occhi azzurri sotto il biondo dei lunghi capelli, la sua espressione di acuta, tagliente quasi, intelligenza, risveglia in me. anzi maggiore è il dolore nel rivederla giovane e piena di vita: dunque un ricordo, il mio, che mira a difendersi dall'accusa pesante che il mio inconscio mi muove, di averla abbandonata, di non aver avuto il coraggio di aggirare la cortina di solitudine dietro cui il male l'aveva fatta trincerare. e di essermi fatta un alibi della circostanza di averla persa, nella mia vita, già qualche tempo prima. 
del resto non è nemmeno solo traumatica, questa consuetudine: perchè la mia coscienza riesce ad interpretarla anche come volontà di non perderla, di farla perpetuare in vita almeno nella mia memoria. dove non c'è tomba, lapide, eredità spirituali che mi abbia voluto tramandare. dove non possono le foto del liceo, i ricordi indelebili di un infinito inter-rail, di un sorriso, di una discussione animata. e al di là della mia viltà, che mi fa indietreggiare o abbassare lo sguardo quando incontro qualche familiare, assecondando il pazzesco buco nero dove l'hanno fatta finire. al di là degli aneddoti agghiaccianti che a. si ostina a volermi raccontare. al di là dei nomi vacui che l'amica comune s. sta scegliendo per la bimba che nascerà ad aprile (mentre io - con le certezze che l'irrealtà dell'ipotesi mi consente di avere - non tentennerei a dare ad una mia nascitura di sesso femminile il nome di lei)...
al di là di tutto questo, dove la parola non può dire, vedo nei nostri sogni insieme una volontà di entrambe di non perdersi. di incontrarsi laddove è ancora possibile e lei ancora esiste. e mi parla. alimentando talvolta i miei remoti sogni di sparire non so dove - per quello che ci sto a fare qua... talaltra incoraggiandomi a non buttare, ma piuttosto a sfruttare al meglio le opportunità di un futuro che a lei è stato inspiegabilmente negato.

Postato da: recel a 09:35 | link | commenti (7) |

mercoledì, 02 marzo 2005

e invece no. non si va, si sta.

parafraso - ma deve mancarci poco - le parole di marco messeri a massimo troisi nel film 'le vie del signore sono finite': anche se indossava la camicia nera, la stessa di coloro che avevano rinchiuso il fratello in carcere per mesi, gli voleva comunque un bene dell'anima. quello che non sai e che non puoi dosare, perchè appunto è un bene troppo grande. e fa male ad entrambi. allora no, lui si impuntava per tenerlo appresso a sè, per non lasciarlo andare via, negandogli un passaporto che gli avrebbe dischiuso le porte della libertà e dell'amore.
ma (non) è amore anche questo?
 

Postato da: recel a 15:38 | link | commenti (3) |

(in)discreto

ogni tanto, un espediente rosa pallido dal rimessaggio di vuaccaesse mi chiama, si propone alla mia attenzione quale innocuo rimedio per trascorrere le due ore a venire lontana da tentazioni di vittimismo, lacrime, gesti inconsulti (inconsulti nei limiti della domestica decenza, s'intende...).
alcuni mi chiamano con più frequenza di altri (diciamo una triade, un quartetto ben affiatato), tanto da essersi da tempo assestati ai vertici della mia personale classifica di film rigeneranti. non starò qui a stilarne l'elenco: lo ritengo un qualcosa di così intimo, privato, incomprensibile ai più, che mi riservo di renderne partecipi solo fidati, comprensivi, rodati interlocutori.

fatto sta che ieri sera mi ha chiamato 'indiscreto': non succedeva da un anno e mezzo - due almeno, con sommo mio stupore. perchè una serie di elementi caratterizzanti detta pellicola la rendono irrinunciabile, indispensabile agli occhi del mio tono d'umore: primo, di belle donne come la ingrid (bergman), con il guardaroba da 'sogno gridato' - per quanto desueto, fuori tempo eppure incantevole al giorno d'oggi - non se ne trovano mica tante in giro. secondo, perchè la suddetta ingrid può sfoggiare in salotto una galleria d'arte moderna da fare invidia al moma. terzo, perchè nel corso del film tutti bevono whisky e soda dalla mattina alla sera senza risentirne minimamente in termini di lucidità mentale, salute epatica, grasso superfluo.
quarto ma - ovviamente! - più importante di tutti: il lui della love story è cary grant. il mio prediletto, immarcescibile, sogno-di-una-vita, pezzo-di-gnocco (ma si poteva dire?) cary grant. altro da aggiungere, su lui, non direi proprio.

ora, mi piacerebbe trovare un quasi coetaneo (forse è più facile una coetanea...) che conosce ed ha visto per intero almeno una volta questo film. capirebbe di cosa sto parlando. e di come è sintomatico della mia condizione psicologica attuale il fatto di riuscire a sentirmi davvero bene, rilassata a 360° e con prospettive di rosei sogni per la mattina a venire, mentre, sdraiata su un fianco tra i miei quattro cuscini, con la birra bavarese e la scatola di biscottoni al latte sul comodino, affondo i miei occhi in quelli neri di lui... 
sì, lo so: persino il librettucolo sulla 'cinematerapia - c'è un film per ogni stato d'animo', che mi regalò mia madre in tempi in cui mi illudevo di avere con lei un rapporto non solo di facciata, inchioda questo film a causa dell'aura surreale che lo connota ('guardate questo film dicendovi che mezza bottiglia di vino e una manciata di Lindt non finiranno direttamente nei lardelli delle vostre cosce, perchè a questo punto crederete a qualsiasi cosa.').
eppure io, sì, insomma, io ieri sera me lo sarei riguardato altre due volte, per ricercare, tra le pieghe della visione, l'istante in cui quegli occhi neri, diamine, sì, proprio gli occhi celeberrimi di cary grant... a me hanno ricordato dannatamente qualcuno.

poesia del silenzio, l'hanno chiamata talvolta    

Postato da: recel a 09:56 | link | commenti (5) |

martedì, 01 marzo 2005

il ragazzo del centro stampa è tanto stupido quanto bello. quindi è molto stupido. al punto da divenire inguardabile.

se dietro al bancone del bar c'è lo specchio, come puoi non immaginarti che ti vedo mentre mi guardi ripetutamente il sedere? ecco. io per dispetto butto giù una brioche. così magari metto su un etto e tu cambi programma.

Postato da: recel a 11:19 | link | commenti (16) |

'ce la faccio' 4

piazza della stazione, ore 7:00, temperatura -5°. come sempre quando mi sveglio tardi, arrivo prima a prendere il treno. ma tutto è cambiato intorno ed io, con le nuvole di neve della scorsa settimana, non me ne ero ancora accorta. è giorno fatto, il sole ci illumina pieni, noi coraggiosi pendolari, quando ci arrestiamo incuranti, in piedi contro il freddo, sotto la pensilina del binario. certo, a fine gennaio cominciamo a maturare l'idea che le giornate inizino ad allungare, ma poi, in un soffio soltanto, nell'arco scarso di un mese, eccolo già lì, alto, rotondo, sorridente d'oro, il sole che mi costringerà, alla discesa dal treno a smn, ad indossare irrinunciabilmente i miei amati occhiali neri. per un attimo ricordo le albe della scorsa estate, il treno delle 6:30 quando andavo a lavorare al museo di palazzo vecchio. per un attimo solo, però. di vecchio, più vecchio, ci sono solo io, ora.
perchè stamani ho rischiato di non farcela, di lasciar vincere l'inedia, la voglia di niente. e rimanere a letto. io, che mi impongo una rigorosa tabella di marcia mattutina contro la più totale anarchia - quella che mi fa da palo dietro l'angolo di ogni giorno di vita, ma ora si è avvicinata e mi sta quasi seduta accanto -, io, dicevo, stamani sento la sveglia e faccio il capriccio di non alzarmi e richiudere gli occhi. un quarto d'ora accademico è quanto la forza dell'abitudine mi concede di sgarrare. poi rieccomi lì, con gli occhi aperti ed i più truci pensieri da annaffiare di nuovo...
è stata dura ieri, un po' per i miei ritmi biologici, che rendono certi giorni peggiori di altri a prescindere; un po' per la consapevolezza che è brava a bussare alla mia porta ed a farmi aspettare le parole che pure mi aspetto, già conosco, quasi con la testa rincalzata sulle spalle ad attutire il colpo. inevitabile che dopo il collo ne esca indolenzito.
ma lo so e non mi cambio: ho capito tutto quello che mi è stato detto perchè lo sapevo già. ma c'è una piccola cosa che stamani, nell'impotenza di alzarmi, mi bussava in testa lamentando di non essere del tutto chiara. insieme alla paura che avrò a rivelare ciò alla persona cui tengo così tanto, ma proprio tanto da non riuscire nemmeno io a spiegarmi come sia possibile. ed alla contemporanea voglia - che quando mi stuzzica la mente in modo così accattivante non posso farci niente, dovrò capitolarle innanzi - di chiedere, sempre a questa malcapitata persona, se le va di assecondarmi in una cosa da fare...
questo groviglio inestricabile di paure-desideri(micatanto)repressi-sentimenti-progetti stamani per un istante mi è gravato sul petto in tutto il suo consistente peso specifico. e mi ha fatto temere di non farcela.
ma - l'ho detto - la mia rigorosa diligenza inconscia non mi concede più di un quarto d'ora d'aria limpida. apro gli occhi, dunque. e se voglio sfuggire all'ennesimo scatto del tears-counter, non mi resta che alzarmi. evvia, strada in discesa verso l'oggi... con il simpatico sponsor del ragno 'allfonsino' (sì, insomma, di quelli con le gambe lunghelunghe e magremagre ed il corpo panciuto) che fa capolino dietro il letto... io detesto i ragni, di ogni genere e specie, dunque pure quelli. e mentre prendo uno scottex, lo spiaccico con tutta la mia potenza da sette meno quindici sul povero insetto incolpevole e lo accompagno rapida verso il wc, in una tutta mia personale 'danza del sole' (che i sioux visti ieri mi hanno solennemente richiamato alla mente)... beh, in tutto questo rapido frangente, ricordo le parole di murakami in 'dance dance dance' circa i mantra che ogni persona che vive sola suo malgrado è costretta ad inventarsi. stamani per me è stata la volta del 'ce la faccio' del ragno sioux.
cominciamo bene, per non essere ancora le 9:00 di mattina...    

Postato da: recel a 08:54 | link | commenti (4) |