usando la memoria fino a dove serve, dimenticando se non serve
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il libro che non ho letto,
la canzone che ho ascoltato troppo,
l'ovatta in cui sogno di trovare riposo,
gli odori che reinnescano sensazioni inesplose.
o soltanto l'alba di una buona giornata.
A.d.I
Abteilung
Aleander
Alpan
Anto13nella
Astrokudra
Avreivoluto
Azi
Bera
Diamonds
Elisnelpaese
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Ilfastidio
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Ispira2005
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Razgul
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SteLo
TradeMark
Treball
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Upi
Villino
Yorke
Zoestyle
_Icio
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Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare: non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."
Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
"ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...
f.g.
[della serie 'le ultime parole famose' - un anno fa circa]
Finirà per piacermi il suo disinteresse
nascosto dietro sorrisi brevi ed occhi bassi
perché non è rifugio, non è rassegnazione
ed è lì che voglio stare.
Come i gioielli: una donna
prima o poi trova modo di indossarli,
la levità: se vi scambi l’amore
avrà la data di scadenza.
a m.
da sempre vivo pomeriggi diversi dall'id quod plerumque accidit: sono quelli in cui il mio io più recondito reclama a gran voce un sonno liberatore. che mi vado a cercare con sommo impegno, per regalare all'anima un pur brevissimo sospiro di sollievo nella corsa incessante della vita.
da tre anni almeno, questi pomeriggi diversi, pur sempre costantemente presenti nell’immutato decorso della mia esistenza, si sono arricchiti di una componente nuova, che è venuta a inserirsi con prepotenza nella (complessa per natura) fenomenologia del sonnellino pomeridiano. è il pensiero di te, che non ci sei più. che hai scelto di andartene, un pomeriggio.
per me, un pomeriggio come tanti altri, prima e dopo. per te, un pomeriggio come non ne saranno mai più.
un buio e freddo pomeriggio ai primi di gennaio. hai preso la tua auto, hai guidato su per la collina, qualche chilometro di curve e poi la sosta, in uno spiazzo nascosto. forse conoscevi già il luogo, per esserci stato in tempi non sospetti. o magari lo hai cercato con ferma volontà nelle lunghe ore di quel pomeriggio.
è sempre di pomeriggio che ho appreso la notizia, con qualche giorno di ritardo, al ritorno da un viaggio all’estero per capodanno. poche parole di un’amica al telefono, seguite da un silenzio pieno di domande.
non posso dire di averti conosciuto bene: ti ho frequentato, secoli fa, in una compagnia di adolescenti, dove il mio interesse per te non è mai andato oltre l’appassionata contemplazione del tuo bel viso; poi le strade si sono divise: licei diversi; studi universitari agli antipodi; notizie telegrafiche da comuni conoscenti circa traguardi professionali e esistenziali raggiunti; qualche raro incontro casuale, accompagnato dapprima da un frettoloso scambio di saluti, poi da un silenzio di indifferenza reciproca.
ma, nei (pur) rari momenti in cui ho rivolto il mio pensiero a te, l’ho sempre fatto raffigurandoti come una persona particolare: i lunghi capelli neri, a incorniciare un volto reso ancora più interessante dalla maturità, creavano uno schermo tra te e il mondo esterno, avvalorando nel mio immaginario l’alone di mistero di cui, già dall’adolescenza, ho circondato la tua figura.
perciò non ho potuto che tacere alla notizia, sforzandomi di non interpretare l’evento come tacito corollario dei miei vaneggiamenti su di te. e lasciando inevase tutte le mie domande, per non vederle rimbalzare nel muro di gomma dell’ignoranza che ha circondato l’accaduto. perché nessuno sa. anzi, nessuno sembra averti conosciuto davvero.
ma una di queste domande – forse proprio la più insensata e immeritevole di risposta –, dal vuoto intorno a me in cui è sospesa da quel giorno, talvolta torna a bussare insistente alla porta del cuore. questo accade, con una puntualità inquietante, proprio – e soltanto – durante i miei riposi pomeridiani.
come sempre in quei momenti, l’istinto mi guida verso il sonno; come sempre, lo stesso istinto mi suggerisce la posizione ottimale.
ma da quel pomeriggio qualcosa è cambiato. se in qualche rara, fortunata occasione può accadere che il sonno giunga lesto e indisturbato a saziare la mia fame di oblio, sono comunque più frequenti gli episodi in cui la potenza liberatrice del sopore tarda a trionfare. difatti, talvolta, nel preciso istante in cui nessun ostacolo ormai sembra più frapporsi fra me e l’agognato traguardo, la domanda arriva, inattesa: con un tocco leggero mi accarezza la mente, percorrendo poi con un brivido tutte le mie membra. non posso più aggirarla. in casi come questo, ciò che riesco a fare, giusto nello spazio di un attimo, è provare a immedesimarmi in te, in quel momento, in quel luogo: ti sento chiudere gli occhi e attendere che il sonno, un altro sonno, quello senza ritorno, ti catturi nella sua rete invincibile. e ogni volta sento la mia sfera cosciente, negli ultimi riflussi di lucidità prima di perdere i contatti col mondo, formulare meccanicamente la domanda: come sei arrivato al sonno perenne? qual è stato l’estremo avamposto di lucida veglia proteso verso la fine irreversibile dei sensi? ogni volta mi sento chiederti, mio malgrado, se hai assistito cosciente all’accurata edificazione della tua ultima “nicchia” mortale; o se invece hai potuto sentire tutto il tuo essere protendersi nella posizione di “scivolo”, dolce e inarrestabile, verso l’eterno senza ritorno. e ogni volta, ineluttabilmente, nella solitudine assoluta della mia coscienza, a tu per tu con i più reconditi anfratti del mio essere interiore, cerco di darmi una risposta. già sapendo che non la troverò mai, fino alla fine del mio cammino mortale sulla terra.
o forse non la sto nemmeno cercando. perché a quel punto non sono già più io: il sonno purificatore mi ha finalmente avvinto a sé.
l’amato sonno pomeridiano.
[questo spezzone di un vecchio racconto scritto un paio di anni fa mi è tornato in mente ieri pomeriggio, a causa di certe mie personali vicissitudini di cui fatico a fare piazza pulita. è pensando a questi attimi di sbandamento - miei e non solo - che annoto qui queste vecchie parole. a monito perenne non credo... ma per un doveroso omaggio riflessivo, quello senz'altro...]
ci provo con nietzsche, ci ho provato con la pace perpetua di kant - su buonissimo suggerimento di un caro amico. finirò per provarci con un più recente karol.
ma qui, dove anche il sole meteo dura un giorno soltanto, non si sollevano dall'orizzonte le ferme nubi.
ho perso tempo. sono in ritardo per tutto e per sempre. anche arrivare alla fine di questo weekend un attimo più lungo sarà una fatica immane.
in questi momenti, mi viene sempre da citare ungaretti: "lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata". peccato solo che non sia natale. che non possa sfogarmi con panettone, lucine, inutili regali...
[non vi è chi non veda, dottoressa, l'intento nemmeno tanto celato di anticipare una fine, dissuadere contatti, cessare buoni rapporti, chiudersi al sociale. con l'illusione di non arrivare mai al punto di non ritorno, ma istituzionalizzare il suo limbo in perpetuo. che sia un crogiolo, un autocompiacimento? non se ne viene più fuori con la paroxetina, sa?]
quando si dice chiamarseli, i segnali...
va tutto così veloce, con l'adsl. ma io no: non so tenere dietro ai pensieri. l'idea di tornare qui, di doverlo fare, come un tributo dovuto, come una dimostrazione di attenzione a chi la merita... mi annienta. oggi non gira. e sono tornata solo adesso da una settimana lontana dal blog. eppure: non ce la faccio. parole di altri parlino per me.
Come fare a dirti che
non c'è più spazio per progetti,
e intanto non ne abbiam mai fatti,
che sarebbe stupido.
Come fare a dirti che
ho voglia di morire
come in fondo sto facendo già da un po'.
Come fare a dirtelo
che non ci sei più dentro me,
che siamo un'eco di parole
intrappolate infondo al cuore.
Come fare a dirtelo
che non ci sei più dentro agli occhi miei,
che siamo solamente incomprensione e lacrime.
sono ancora qui. aspettando un segnale che non arriva.
[citando paolo il grande, a suo tempo già citato, stessa sede stesso passo, da gianka alla mia precedente partenza]:
Macaia, scimmia di luce e di follia,
foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia.
E intanto nell’ombra dei loro armadi
tengono lini e vecchie lavande
lasciaci tornare ai nostri temporali
ma la mia genova non avrà i giorni tutti uguali...
see you soon
ieri ho ricevuto caldi abbracci lontani (chi vi si saprà riconoscere?): uno mattutino, che ha colorato la grigia monotonia dell’ufficio con scambi di promesse a lungo attese / uno serale - ora aperitivo, quasi - che non mi aspettavo (come sempre accade con questa molto cara persona, il tradizionale tipo che ‘non te lo aspetti mai così’) e che ha illuminato il piovoso crepuscolo, oltre ad un lento dopocena alcolico in cui tardavo a salutare l’ospite ed a trovare la via del letto / uno sul bordo della nanna, che a dire il vero mi sono andata un po’ a cercare ma che, per totale fiducia in certi sorrisi incondizionati ed in preziose parole suo amato dono quotidiano, so di aver preceduto di pochissimo per una ingestibile mia smania personale.
ripensando a questi irrinunciabili abbracci nel buio della notte trapassata da incubi lavorativi, ho sentito un caldo tepore avvolgermi: è la ben nota sensazione del ‘non sono sola, ordunque’. che la lontananza tende a far sbiadire veloce, ma che posso rinfrescare di vernice nuova in testa, solo ripensando a occhi, voci, mani-in-movimento, che ho visto, perché ci sono stati, e so che rivedrò ancora.
allora ho voltato un pezzo di pagina, quella pagina avvelenata come il tomo aristotelico ne ‘il nome della rosa’… sussurrando tra me e me, ma con voce sufficiente a farmi sentire da me stessa: perché manca proprio quell’abbraccio? quel segno di vita? quella risposta implorata a troncare un’attesa senza respiro?
rispondo alle non risposte, con un mio abbraccio d’addio: valgo due giorni d’attesa? troppo poco, my dear, anche per il mio scarno amor proprio…
stamani ho indossato la giacca nera antivento, quella che la mamma definirebbe ‘da mezza stagione’. solo la mamma, appunto. perchè ‘non esistono più le mezze stagioni’. esistono le mattine e le sere/notti freddissime, specie in scooter. ed esistono i meriggi già caldi.
dicevo allora di quel giacchetto, tirato fuori dall’armadio stamani, che va bene per il freddo quando c’è, ma che posso benissimo togliere per lasciarmi scaldare dal sole nel mezzo del giorno. uscendo in fretta di casa dopo averlo indossato, ho infilato nella tasca destra le chiavi dello scooter, quelle attaccate al pinocchio di legno (che è il portachiavi che meglio mi riflette in questo periodo… ma questo non c’entra affatto, è solo un’inutile variazione sul tema…). fuori dal cancello, infilo lesta la mano in tasca per estirpare le chiavi… e dietro alle chiavi scivola via un pezzetto di carta azzurra. uno svolazzo ed è in terra: mi chino a raccoglierlo per puro senso civico misto a curiosità in pari misura… eccola lì, la mia mattutina madeleine di proustiana memoria: biglietto della seggiovia del col alto – corvara - agosto 2004…
stanno tutti lì, in quel pezzo di carta azzurra sgualcita, i miei ultimi otto mesi di vita: una quasi ‘gravidanza’ di eventi, finita prematuramente ormai da quasi due mesi… stavo già meditando allora, dal basso delle mie losche, astruse, interiori, meditabonde trame rosa, l’ineluttabile. avevo spedito – letteralmente direi – il mio ex in vacanza-studio in inghilterra col miraggio della necessità irrinunciabile della seconda lingua. e dentro di me covavo ansie di riscatto rivolte alla padana pianura. dove già era ben chiaro – lo è sempre stato – che certi assetti non sarebbero cambiati mai. che certe incredibili, quasi sconvolgenti affinità sarebbero rimaste un’inutile appiglio per menti malate di sogni come la mia.
tutto è cambiato - c’è un ex in giro, adesso - per rimanere uguale - nella città da bere tutto prosegue nei miei riguardi su precisi binari, immutati per carità, ma oramai immutabili… in me, soprattutto, tutto è cambiato per rimanere lo stesso: dolorosamente uguale, quasi insostenibile fisicamente su due spallucce di modeste pretese… rigirarmi tra le dita un ricordo tattile, nella sua carta sbiadita dal tempo e dalla lavatrice, me lo ha confermato: la sensazione di vuoto che provavo in quei giorni, per una lontananza forzata che le vacanze avevano ingigantito nel numero dei chilometri, in un istante è tornata viva in me, mi ha stretto il cuore con la stessa subitanea violenza e col suo strascico logorante di inguaribile rimpianto.
ho ricacciato veloce il biglietto in tasca: non saprei buttare la mia madeleine, ma nemmeno piegarmi ad accettare passivamente la sua punizione. quella che mi induce, per salvarmi, a travisare l’evidenza. a vedere vie d’uscita assolate dove c’è solo una curva a gomito nascosta da uno specchio.
otto mesi sono passati per non passare.
provare a dare un nome a quel che ho dentro?
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male
ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
quando un treno non sposta solo il corpo. ma la mente, l'anima, tutta me stessa. come se mi passasse sopra, attraverso, oltre, con il suo peso immane. e poi mi lasciasse lì, sui binari. esanime. esangue. uno straccio buttato dal finestrino. che giace lì a tempo indeterminato.
eppure sapevo: qual era la stazione di partenza, quale quella di arrivo, la coincidenza, il numero di posto prenotato. persino la compagna di viaggio. ed il regalo del mare e del sole di liguria lungo gran parte del tracciato.
sorridevo allo spettacolo gratis del paesaggio. rispondevo alle domande, articolavo frasi sensate, lanciavo pure qualche battuta. ma ero lì davvero? ed ero io? allora perchè, quando sono scesa, mi sono ritrovata nel nessun luogo?
perchè non c'è un luogo dove tornare. non c'è un cuore da far battere al solo rivedermi. peggio: se c'è, non lo so vedere.
eppure ci sono gli affetti forti, che mi stanno aspettando. c'è un lavoro da riprendere, dopo una settimana di mezza vacanza.
c'è la vita di sempre da ricominciare a vivere.
e sì, ci sono io: dove mai dovrei essere andata? ma di nuovo cambiata. una frazione di millimetro. un nanosecondo. eppure percettibilmente cambiata.
c'è da cominciare a temere che sarà per sempre.