usando la memoria fino a dove serve, dimenticando se non serve
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il libro che non ho letto,
la canzone che ho ascoltato troppo,
l'ovatta in cui sogno di trovare riposo,
gli odori che reinnescano sensazioni inesplose.
o soltanto l'alba di una buona giornata.
A.d.I
Abteilung
Aleander
Alpan
Anto13nella
Astrokudra
Avreivoluto
Azi
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Diamonds
Elisnelpaese
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Ilfastidio
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Ispira2005
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RospoVerde
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SteLo
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Treball
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Upi
Villino
Yorke
Zoestyle
_Icio
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al risveglio sono più stanca di quando mi sono coricata. realizzo, in un istante dall'apertura degli occhi, di aver girovagato per tutta la notte, senza sosta nè mèta, per le strade - amate eppure ignote, anelate per quanto impossibili da rendere a me familiari - della Città. la metropoli che giace nella settentrionale pianura. che di vero, nel mio immaginario, ha ben poco: gli alti palazzi severi, che fanno da cornice a strade affollate nelle ore di punta. le vetrine ricolme di anteprime delle anteprime invernali. soprattutto, i mezzi di trasporto: scesa da un treno, salita sulla metro, volata su un taxi, premiata infine con un giro in tram. la Città invero è più metafisica, spirituale. è l'urbano convergere delle tensioni emotive degli ultimi lunghi mesi della mia vita.
non sono sola nel mio vagare: l'amico a. è con me. lui sa perchè, perciò non chiede. nè io ho forza di spiegare. è come se tutto fosse pre-stampato in noi: la mèta ambita, l'oggetto muto della nostra ricerca, la ferma volontà di trovare sollievo a tanto vagare...
finchè non ci imbattiamo, nella casualità impossibile per la grande Città, eppure connaturale al sogno, in una parte di quel cuore lì: la parte che ho sepolto in un quadrivio di strade, ferme nella pellicola fotografica della memoria ad un limpido pomeriggio di gennaio, che sembra ieri. finalmente: lui non è solo. anche se siede sopra la spalliera di una panchina, magicamente fluttuata dal parco s. ad un incrocio trafficato, la fanciulla che gli sta accanto non sono io. ha quell'eterea bellezza biondo cenere che da sempre mi aspetto, che mi dà i brividi al solo tentativo di disegnarne i contorni. non parlano i due, ma hanno gli occhi gonfi di mille parole d'amore. che io, nella lontana postazione concessa alla mia estraneità, non so cogliere. anzi: che non riesco nemmeno ad immaginare.
eppure: non avverto il senso di lacerante devastazione che quella vista mi dovrebbe garantire. avverto piuttosto un richiamo verso casa: il bisogno interiore di un rifugio sicuro. sta lì, nell'altra parte di quel cuore lì. la parte che, vigliacca qual sono, non trovo più il coraggio di alimentare, ricacciata indietro da minimali controffensive cui oso dare la soddisfazione di sopraffarmi.
è la parte che, nell'impotenza forte con cui ha saputo tagliarmi via da sè, per risparmiare ulteriore dolore, riesce a dar pace al mio girovagare di sogno. una casa di panni stesi alla finestra, che si lascia intuire abitata di calore. d'amore, persino più forte, più immutabile dell'altro. cui non mi è dato accedere, ma che finalmente io so essere lì.
nel preciso momento in cui ho annotato l'indirizzo ho capito: non posso vivere senza sapere dove sei. senza sapere che potrei, allungando un braccio soltanto, dispiegando le ali flebili della voce, avere risposta da te. parte di cuore che sai, non vorrai tagliarmi fuori, ancora...
eppure: nel preciso momento in cui ho annotato l'indirizzo la sveglia è suonata. ed io non ho fatto in tempo a memorizzarlo.
tutto il resto giustifica il vuoto di senso.
[possibile inviare per posta in caso di comprovata confidenziale comprensione. o di passiva troppo educata accettazione]
oscillo tra:
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose
e
a un dio a lieto fine non credere mai.
[la bigiotteria più bella dell'ultima stagione l'ho vista a genova.
del resto, c'è sempre la soluzione definitiva, terminale. e arrivederci, ma solo se sta scritto...]
Cary Grant, nato proletario, e per giunta con un nome ridicolo, aveva sfidato la sorte con l'ardore dei migliori esponenti della sua classe. Si era negato in quanto proletario, e ora faceva sognare milioni di persone. Ciò che era stato ottenuto da un individuo, a maggior ragione sarebbe stato ottenuto da tutto il resto della classe operaia.
Cary Grant era la dimostrazione che il progresso esisteva e andava nella direzione giusta almeno fin dall'Uomo di Cro-Magnon. Il socialismo avrebbe coronato tale impressionante serie di risultati con la giustizia sociale, l'armonia tra gli esseri umani e la liberazione d'ogni energia creativa. Nella società senza classi, tutti avrebbero potuto essere Cary Grant.
Be', non proprio. Questo è quanto avrebbero potuto raccontarsi pochi intellettuali. Né ai proletari né ai borghesi fregava granché del materialismo storico. Semplicemente, ammiravano Cary Grant e volevano essere come lui.
da 54
[della serie: le orecchiette alle pagine dei miei libri]
nel frattempo, in un sabato sera d'agosto, nella middle class dell'indifferenza dei sensi, il counter varcò la soglia delle 10.000 sbirciate dentro questo tra i tanti blog.
è il colmo del luogo comune. eppure: sembra ieri che toccammo quota 1.000.
sembra, appunto.
mica ricordo quando e dove mi persi: se nelle scarpe morbide e comode che fasciano anche quei piedi incrociati; se nei pullover firmati che promanano pulito o nelle camicie immacolate che recano esse pure l'impronta del ferro da stiro materno; se nella barba leggera continuamente tormentata, a stregua di ricci capelli altrove; se nel tono di voce basso e avvolgente o nello sguardo gettato ad aspettare, finto ingenuo, l'abbocco.
o magari mi sono persa proprio stamani, a riscontrare un due anni e due giorni soltanto di distanza tra loro.
io, che ho sempre fermamente respinto le zodiacali influenze sulle nostre scarne vicende, va a finire che mi lascio infatuare da un mero oroscopo coincidente.
non conto i giorni che mi separano. conto i giorni che mi stanno separando.
che per me non è proprio la medesima cosa.
è così labile, in questa estate, il confine tra un momento buono ed uno di passaggio.
sta nella impercettibile linea che contiene la mia compagnia degli affetti, il colore sincero di uno spicchio di cielo, il sorriso di due occhi neri bambini, il bouquet coinvolgente di un buon vino. prima che accada la parola di troppo, la macchia di fango sui pantaloni appena indossati, l'impotenza che mi stringe il cuore a pochi metri dalla cima ambita, lo sguardo incolpevole ad inciampare su un'indicazione stradale che da un anno cerco di rimuovere dalla mia vita. ed il peso delle parole non dette, dei messaggi mancati e di quelli ecceduti, gli abbracci che avrei voluto dare ma che sono rimasti a vibrare dentro al petto, il dolore delle non risposte, l'abisso di una distanza che sarà ogni giorno più incolmabile.
eppure sta tutto lì: il mio macinare chilometri con niente, il miagolio del gatto che mi accoglie al rientro, una mail che non mi aspettavo per quanto preannunciata, un commento che mi toglie il fiato. e la solitudine intorno, che mi stringe alle spalle nell'abbraccio aspro che mi riserva ogni estate. trattenere il respiro, qualche giorno ancora e sarà passata.
tra i due litiganti il terzo g.
ore 8:20 a.m., un attimo prima di uscire: il termometro nel giardino di casa dei miei segna 22°. sembra un mattino in alta badia. indosso il maglione di cotone e via in scooter per le strade deserte.
scelta di guardaroba azzeccata: fa un freddo surreale nella città chiusa per ferie. viene da chiedersi: dove siete andati tutti? risposta ragionevole: a cercare un po' di caldo.
solo in ufficio sembra che non sia agosto: in ferie solo 4 su 15 e benedette dal cielo le tante cose da fare. è la mia via per la salvezza: esco dalla casa parentale vuota sempre prima, ogni mattina. proseguendo a cadenza regolare di anticipo, giovedì metterò il naso fuori alle 7:30.
eppure giovedì dovrò partire. da giovedì toccherà anche a me la mia parte di ricchezza vacanziera. anche a non volerci credere, mentre combatto contro il tempo nella (Deo gratia) risicata pausa pranzo, ricevo l'mms della mia amica s. il gruppo del sella in uno splendido sole: 'ti aspettiamo!'
eppure è vero. mi aspettano. lassù qualcuno mi ama, mi verrebbe da dire. ma continuo a non capire perchè ho le lacrime agli occhi. ed il cuore svuotato, al pari della casella di posta.
le strade piene, la folla intorno a me
mi parla e ride e nulla sa di te
io vedo intorno a me chi passa e va
ma so che la città
vuota mi sembrerà se non ci sei tu
c'e' chi ogni sera mi vuole accanto a sé
ma non m'importa se i suoi baci mi darà
io penso sempre a te, soltanto a te
e so che la città vuota mi sembrerà se non torni tu
come puoi tu vivere ancor solo senza me
non senti tu che non finì il nostro amor
le strade vuote deserte sempre più
leggo il tuo nome ovunque intorno a me
torna da me amor e non sarà più vuota la città
ed io vivrò con te tutti i miei giorni
tutti i mie giorni, tutti i miei giorni
m.
dormire ore tre e quarantacinque riallinea pesi e misure.
se ingigantisce l'eco di sadiche rivelazioni, d'altro canto sminuisce la vanagloria del mio sapere allontanare il sonno.
se mi fa contravvenire a freschissimi propositi di blog-isolamento, d'altro canto mi aiuta a riflettere con mente pura:
a chi non importa non importerebbe comunque;
a chi potrebbe importare urge imporsi di non pensare.
anche se io ci penserò comunque.
infine, dormire ore tre e quarantacinque scrimina certe inguardabili spire di pensiero. oltre a farmi arrivare tardi in ufficio.

'that's right,
let's take a breath,
try to hold it inside'
ti dici che non è l'aver costruito castelli di carte di fronte alla finestra aperta. invano, peraltro (ma questo lo sappiamo solo io e te.)
se mentre stai lì, seduta, guardando l'orizzonte riempirsi di nuvole montate a neve, riesci a dare ad ogni cosa il suo posto nel mondo: l'acqua scorre per servitù coattiva nello scarico all'angolo del giardino - il sacchetto di carbone del barbecue reca impresso il numero verde del servizio clienti ed un nomen sufficientemente omen, 'fokus' - i complimenti di stamani al bracciale dell'avvocatessa avevano tutta la loro ragion d'essere - tu hai ancora addosso i cargo verde militare tagliati al ginocchio. dunque la sensazione che avverti deve essere errata.
poi c'è il ricordo di una notte più insonne delle precedenti. che te ne ha richiamate alla mente remote 'mille e una' altre.
e cominci a giustificare il tuo cosmico senso di inappellabile inutilità. la tua ogni giorno più perfetta immedesimazione nel ruolo di 'vuoto a perdere'.
caduta nelle mani di chi non si dedica neppure alla raccolta differenziata.
'che ti succede, rec?' ti fu chiesto dolcemente ieri. ma tu non lo sai. almeno tieni fede alle ultime frattaglie di te stessa. spranga quelle due pagine fitte di word, non le spedire mai.
proprio mai. ma anche questo è un citare, ti rendi conto?
nessuno di noi ha annotato la data
per non confezionarle l’anniversario
(non avrebbe voluto)
ma il fremito che percorre le mie dita
mentre girano il calendario alle vacanze
risponde alle domande mute
articolate dal dolore accantonato:
dietro dodici mesi vissuti avanti tutta
cumuli di consumistici orpelli
collezione aggiornata di vibrazioni:
un taglio dello sguardo
quando appunta il sorriso
per focalizzarmi tra biondo e azzurro.
stamattina, lato libreria
fogli lucidi su cui fatico a scrivere
puntina rosa rimessa nel suo buco
tra s. eusebio e s. lidia
so che lei c’era
- ghiacciato il sudore lungo la schiena.
non occorrono vacanze - risposte - pretesti - consigli;
basta tirare innanzi sulla strada dell'autodistruzione - dell'attesa immotivata - del fuoritema (adesso anche fuori sede... vero, Diamonds?) - della preoccupazione incerta.
ma col migliore sorriso sulle labbra, che significa:
il weekend di ferragosto sarà lungo ben 5 giorni - 'quella' mail arriverà - la febbre di s. scenderà - 'quella' persona ti inviterà.
e arriverà anche 'quel' momento.