usando la memoria fino a dove serve, dimenticando se non serve
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il libro che non ho letto,
la canzone che ho ascoltato troppo,
l'ovatta in cui sogno di trovare riposo,
gli odori che reinnescano sensazioni inesplose.
o soltanto l'alba di una buona giornata.
A.d.I
Abteilung
Aleander
Alpan
Anto13nella
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Avreivoluto
Azi
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Villino
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Zoestyle
_Icio
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il terrazzino, chiuso ai lati, delimita la vista: la madonnina si erge a un passo d'occhi, sopra ai tetti, fiammeggiante nella notte lattiginosa. se spingo lo sguardo tra lei e la sagoma di vetro della cupola della galleria, il cuore ha lo stesso immutato spasmo di un anno preciso addietro. sulla destra, gli occhi sfiorano le ultime tre parole di un'insegna luminosa: paschi di siena sembra volermi suggerire che laggiù, nel basso chianti, qualcuno stia avvertendo la mia mancanza.
so che non è così, eppure: ciò che non è vero può apparire tale in quella dimensione fuori tempo e fuori spazio. tre vasi ordinati di piante segnano la superficie calpestabile della mia notte sotto il cielo: un sospiro profondo e lascio che la nebbia sospesa penetri nei polmoni, a consacrare la mia dimensione eletta. lontana dai rumori strascicati e morsicati, dalla puzza e dallo sporco dei marciapiedi più in basso, lassù la mente sente di avere ancora spazio per fluttuare libera, per ricamare fuori dalla traccia della matita blu sulla trama predestinata.
quando il freddo, quando la notte iniziano a costringere la stoffa leggera del pigiama, quando il rumore di una sirena eccede la soglia sopportabile, un passo indietro e due porte vetrate scorrevoli mi riportano nell'ovatta insonorizzata, nello sfondo elegante di luci soffuse e colori discreti. nell'abbraccio caldo che ci siamo appena scambiati ed ancora permea lo spazio vuoto dentro le quattro mura: posso toccarlo, giocarci con la punta delle dita, mentre mi infilo sotto le coperte senza aver tirato del tutto le tende sulla notte. quando mi sentirò sola, nelle poche ore che mi separano da domattina, dalla nostra sorridente colazione assieme, so che potrò rinnovare la stretta, voltarmi verso la porta. ed è come se fosse ancora lì dietro, appena uscito.
mentre mi alzo, priva di acciacchi ossei, da un letto finalmente munito di un comodo materasso: ripenso a te che mi hai regalato un giorno in più, ancora una volta. alle tue parole che sole sanno ridare senso al mio essere qui - sole, fidati, è proprio così. e penso che forse non avrò il coraggio, stasera, rosa in bocca e tutto il resto, di dirti che quella fatica di esserci ogni giorno in più, quella fretta ansiosa di arrivare a sera per dormirci di nuovo sopra e scordare, sei tu soltanto che la intervalli di preziose minuzie di felicità.
ripenso che è veramente inutile costruire fondamenta di dolore, facilitando il completamento della costruzione alla manodopera del mio male. perchè trattasi di male autoinflitto, di cui fa comodo addossare la colpa ad altri. a chi non è abbastanza filigranato dentro per arrivare a capire tutto ciò. a chi accetta un mio silenzio di dolore scambiandolo per un mio silenzio di rottura; dimostrando di continuare, per l'eterno, a non capire.
ripenso a come non sarò mai abbastanza brava a spiegarti tutta la gratitudine mia.
a come quella che mi si concretizza tra le mani, scrivendo di te, di noi, dei nostri privilegi, non sia altro, in fondo, che quella vita che continuo ad aver paura a vivere.
a stasera.
"Per me l'amore è un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche ecc., riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c'è niente da fare. Finchè vivremo in questo corpo, sarà così."
Murakami Haruki, "Dance dance dance"
Il nostro odore è soltanto un flusso di molecole che raggiungono il sistema nervoso di chi ci percepisce. Baglioni canta: “Chi ci sarà dopo di te respirerà il tuo odore, pensando che sia il mio”. Crudele, ma vero. Sono le nostre molecole che per contatto si trasferiscono agli altri, agli oggetti e ne trasmettono le proprietà.
Tu, che pensi di non aver mai abbastanza forza incisiva per lasciare un segno impresso negli altri, senza volerlo né saperlo ti ritrovi ad avere un mezzo così invasivo eppure indolore per diffondere come una specie di firma intorno. Che poi, a ben pensarci, a me sorprende, più della scia involontaria di me che possa colpire, per strada o dopo aver abitato per alcuni minuti un ambiente chiuso, le narici di chi mi è passato accanto o è giunto dietro, dopo di me, a me colpisce di più – dicevo – l’odore che resta attaccato alle cose. Perché non c’è, negli oggetti, quell’acume cosciente che li rende recettori responsabili. Allora ti ritrovi lì, senza sapere chi o che cosa ringraziare. Appoggiato ad una maniglia, infiltrato tra le trame grosse di una sciarpa lavorata a mano, accatastato in una risma di fogli stropicciati sulla scrivania di un collega. Capace di penetrare nei ricordi di chi non sai, grazie al discreto tramite di un oggetto muto.
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Oggi, mentre camminavo, cercavo di immaginare l’odore di persone incontrate per strada, prima di sfiorarle. Donne eleganti al sapone di Marsiglia, uomini assolutamente inodori, ragazze che tornano da scuola e puzzano di fumo. Quello che mi diverte di più è ciò che non mi aspetterei: ragazze sexy con un profumo da uomo o uomini abbronzati e dall’aspetto virile che sanno di budino alla vaniglia. E poi ci sono persone per cui non esiste nemmeno un odore adatto, bisognerebbe inventarlo.
Già… ma possiamo in fondo ignorare quell’odore doloso che ti stupra l’olfatto, specie quando meno lo vorresti, quando non sei ancora pronto? Ed è il caldo mal lavato via dal tuo vicino di fila alle Poste in un inoltrato mese di luglio; e tu stai lì, inchiodato, senza poterti allontanare pena la perdita del faticoso turno guadagnato, cercando di immaginare – ma si immaginano, poi, gli odori? – quella fresca fragranza di muschio bianco sbirciata in profumeria, o gli effluvi di tè verde del doccia schiuma comprato il giorno prima. Ancora, è l’odore insistente di un pesante soffritto, opera di una previdente massaia che alle nove meno cinque già si appresta a preparare il suo celebrato ragù alla bolognese; e sei incapace di ricacciare indietro la rabbia che ti accumula lacrime puntute negli occhi, per vedere vanificati gli sforzi di trattenere in bocca l’aroma di caffelatte, nelle nari il profumo della morbida brioche.
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La scorsa settimana, ho dato un passaggio in macchina ad una ragazza che aspetta l’autobus con me quasi ogni mattina. Il suo profumo è rimasto sulla cintura di sicurezza per una settimana.
Il mio profumo è rimasto per un giorno intero sul collo di una camicia maschile, una volta. Io ho pensato che l’eredità olfattiva di quell’abbraccio avrebbe vinto le ultime resistenze di un amore recalcitrante. Non è così. L’anosmia, dopotutto, ha avuto il sopravvento: gli oggetti provano a donarti agli altri, ma sono gli altri, poi, che decideranno la nostra sorte.
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L’unico odore che non sento è il mio. Il mio sistema recettoriale ne è saturo, lo considera un segnale basale e quindi trascurabile, non pericoloso. Oggi, mentre attraversavo di corsa la città, ho voltato la testa per guardare indietro, mentre camminavo diritto e veloce. Ho sentito per un istante un buon odore. Mi sono chiesto cosa fosse. Ho riprovato a voltare la testa ed è capitato ancora. Ho pensato che potessero essere le mie molecole, che restavano indietro, trattenute nel turbinio della scia. Se fossi stato un altro, mi sarebbe piaciuto respirarne alcune, rincorrendomi per un po’. E’ uno dei casi in cui il particolare è decisamente meglio dell’insieme, la parte del tutto e l’invisibile del palese.
Tu pensi dunque che fosse il tuo odore? Mia nonna, se glielo avessi raccontato, ti avrebbe fornito un’altra spiegazione. Ti avrebbe candidamente rivelato che era il profumo del tuo angelo custode. Lui c’è sempre, ma reputa di farsi sentire da te quando rischi di dimenticarlo, di perderlo, e perderti tra le trame perverse di un convulso quotidiano.
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Espirare, una volta che siamo stati invasi, non è più di nessuna utilità. Trattenere il respiro potrebbe essere un modo per negare il nostro accesso, ma è una rinuncia a priori. Dopo tutto, lasciare che un po’ degli altri ti entri dentro, ti si attacchi è un modo per diventare una cosa sola, anche se soltanto per un istante, finché non ci si abitua e si ritorna subito anosmici. Qualche volta lasciamoci respirare; in fondo si tratta solo di piccoli impulsi elettrici.
[che poi io un'ampolla d'argento da profumo nel mio bagno minimalista non saprei proprio dove metterla, perciò la lascio volentieri a te, av, che porti il merito anche di questo nostro piccolo divertissement... grazie!]
se distanza ti farai
io sarò asfalto
impronta sui tuoi passi
senza stringere mai
...
fuori è un giorno fragile
ma tutto qui cade incantevole come quando
resti con me
(s.)
la coglierei mettendo il naso fuori dalla finestra per odorare l'umido che impregna le giunture. allungando una mano fin dove il tetto le consenta di riempirsi di pioggia. inventando un pomeriggio che non sia un tete-a-tete con me stessa me, dove un minuto diventa cinque, dove cinque ore diventano un giorno. smettendo di illudermi che vada bene, solo perchè prima o poi non potrà che arrivare il momento che tanto desidero.
[non posso addossare su spalle altrui la mia incapacità di vivere, la mia infelicità incurabile, la mia congenita mancanza di futuro. perchè so come potrebbe andare a finire: che io le spezzerò, quelle spalle, e cesserò così di averle dalla mia parte.
solo perchè queste spalle mi sono divenute essenziali. solo perchè un istante in più senza di loro è già divenuto insostenibile nella mia vita. e questo è il mio ennesimo errore. da cui io dovrei imparare a guarire, se solo non fosse perdutamente impossibile.]
la sostanza di questo giorno: odora di legno di mobili ikea appena montati, di una pizza che staserà nessuno sfornerà per me, di un vino pregiato che non avrà occasione di muoversi dal suo posto in cantina, di una confezione senza tappo di shampoo riflessante. al tatto è morbida come un piumone appena steso sul letto, inconsistente come il tempo a disposizione per dormire e la nessuna voglia di farlo.
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questo post l'ho scritto e spedito due sabati fa. quelle dolci spalle mi chiesero di postarlo. non lo feci, per insufficienza di prove. adesso ho cambiato idea, perchè qualcosa è cambiato. non piove oggi, anzi il sole si sta impegnando a sopraffare le nubi. posto perchè il fatto non sussiste. perchè cambia, è già cambiato, solo ciò che è importante.
sereno finesettimana!
in a world full of people there's only some want to fly,
isn't that crazy?
but we're never gonna survive unless we get a little crazy... crazy...
no we're never gonna to survive unless we are a little... crazy...
s. / a.m.
Stamattina ho gridato su quell’autobus, mentre ero circondato da lupi che fiutavano il mio sangue.
Tu, in un altro posto da lupi, hai cercato di arrivare fino alla fine jusqu'au bout.
Tutto l’amore che conosci era lì, appoggiato dove c’è il dolore.
E’ stato come mettere una banconota da cento euro, intrisa di Citrosil, su una ferita.
le cose parlano, nel loro viaggio di ritorno, lungo la strada di una decisione maturata con la fretta insofferente che mi è propria e portata avanti con la tenacia orgogliosa e indefessa che mi attanaglia da sempre.
esse parlano, attraverso immagini più o meno sbiadite, stampate sulla loro superficie, sotto la coltre sottile di polvere del tempo dei ricordi. recano sulle loro spalle di oggetti responsabili del proprio ruolo domestico il peso di un sogno iniziato sotto altri auspici, poi smarritosi per strada e rimasto da solo, a piangere sommesso di giorno, a gridare a squarciagola di notte la propria irrimediabile solitudine.
parlano i libri, la cui disposizione sugli scaffali, perduta nelle borse di un rarefatto trasloco, è ancora fresca nella mia mente, come decisa ieri solo. o gli abiti, che di un autunno incipiente vedranno il volto senza fluttuare da un armadio ad un altro, ma nella silenziosa attesa del loro turno addosso a me. o le stoviglie, che rilucevano di inviti a cena, di amici intorno a un desco sorridente e di candele accese. e invece finiranno dentro ordinate scatole, dentro l'attesa indefinita che potrà aver fine domani o tra un secolo.
parla l'eco dei pensieri, che risuona quando meno me l'aspetto: tra le coltri di un letto che non ho mai dimenticato essere mio, altrove; nelle pieghe del quotidiano che significa svago, oltretutto; negli attacchi di ciò che l'anima fraterna mia ha diagnosticato piagnosi. l'eco ripete, col suo ritmo fisiologico indomabile, che una ripartenza da lì, nella mia vita vera, sarebbe stata per un altro definitivo lido. non avrebbe dovuto innestare la retromarcia di un ritorno al niente.
eppure mi vedo lì, piccola, curva quasi, nelle mie spalle strette, a riempire l'ennesimo borsone, a scovare un altro scomparto nel guardaroba. di nuovo a stupirmi di quanto sia tutto poco e tanto, lungo e corto, veloce e lento, in un pugno di mesi, in un vorticare di giorni inanellati uno dietro l'altro.
in quell'istante riesco persino a capire perchè sono di nuovo lì, perchè sono tornata. e a sorridere pensando alla cabina armadio che ricomincerà, ha già ricominciato ad ospitare le mie più dolci telefonate. alle scuse che dovrò innalzare per trascorrere una notte fuori. ai turni per la lavatrice, ai detersivi ammezzati.
a quel peso in petto che, in men che non si dica, ha già smesso di opprimere. mi ha di nuovo concesso di respirare, pura e forte.
perchè è tutto lì, non c'è niente in più o in meno. nè ci sarà. niente altro mai.
in sogno comincio a sputare peli. o fili aggrovigliati. uno dietro l'altro, senza fermarmi, fino a che mi ritrovo una palla informe e inguardabile chiusa nel palmo della mano, accostata alla bocca perchè quei fili, quei peli, quei cosa sono sono intrecciati ad altri che ancora sento risalire dal fondo della gola. scappo a nascondermi, non voglio che anima viva assista a questa scena infelice. poi la sveglia suona. ed io ricordo il sogno solo mentre sto mangiando, per l'appunto già controvoglia.
stamani la radio, dopo aver sbraitato invano per me nell'ora precedente, richiama la mia attenzione su una vecchia canzone: a te che sei il mio presente a te la mia mente e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri... un ricordo che si lega a un altro: un fugace ascolto insieme, quando ancora la strada sembrava piena di luce. era buio, invece, stanotte, quando la voce della mia anima - che parlava col suo accento preciso, tornito, pregno di comprensione, proteso come una mano verso di me - quella voce che così rapidamente ho imparato ad amare, mi indicava ancora una volta, delle migliaia che già ci sono state e ci saranno, la sola via d'uscita.
c'è un buio che non è solo notturno. c'è il peso dell'eternità, che a volte torna ad avere la stessa lancinante lucidità con cui riuscivo a coglierlo poco più che bambina. ci sono eventi che mi hanno segnato per sempre, persone che non saranno più qui con me. ma ogni volta è come se lo dimenticassi. ogni volta in cui poche stupide parole ed uno sguardo più penetrante di altri riescono a ributtarmi sulla linea di partenza della strada che già ho scelto per me. rinuncia. solitaria rinuncia. non fa male. non mi farà più male.
ieri
ho ricevuto una mail che ha dell'incredibile: 38 parole 38, senza contare la punteggiatura. ma si può sconvolgere anche in sintesi.
ho letto in un'omissione che mi riguarda un implicito invito ad allargare il raggio d'azione di un dono, fatto e ricevuto.
ho ricevuto una telefonata, benchè promessa da una sorta di marinaio.
ho spedito l'sms che chiunque vorrebbe ricevere.
ho capito di aver dimenticato il pane.
ho sofferto il vuoto più prontamente consolato al mondo.
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oggi
decido di non rispondere alla mail.
propongo il dono a chi lo saprà apprezzare.
il cellulare irraggiungibile conforta la nostra precarietà.
ho conferma dell'immarcescibile mia capacità di selezionare i peggiori destinatari di messaggi.
rifletto che non si è sempre in tempo per rimediare all'oblio.
è colorata di rosso la parte più dolce e sicura e irrinunciabile della mia vita.
[postilla: ciò che non smuove la maomettana montagna, lo smuove un post. e non è per 'colpa' dello shinystat, nè delle guance arrossate che non mi stancherei mai di guardare. è che comincio a pensare che non è tutto, e solo, sbagliato. mentre giro lo sguardo altrove, gli occhi accarezzano l'angolo riposto, e intatto, dove il buono di noi risiede. "ricominciamo da lì", si è detto.]
tu non hai capito niente
di come sono io
e di come ti amerei di più
se una volta fossi tu a cercarmi.
tu non hai capito niente
stai lì ad aspettare
devo sempre essere io
il primo a chiedere l'amore.
poi appena ti stringo
una mano tra le mani
allora tutto cambia
tu diventi uguale a me
ma è già un'altra cosa
non è più la stessa cosa
è il primo passo
che vorrei da te.
tu non hai capito niente
ma forse capirai
quando un giorno
mi sarò stancato
di te che aspetti sempre
e quel giorno
ti farò aspettare
inutilmente.
l.t.
sono andata a dormire con una triplice preghiera per lui: insegnami la tua leggerezza di camminare senza calpestare. insegnami la dolcezza della tua voce di giovane padre maturo. insegnami il silenzio quando parla. io sarò lì dentro. pronta ad imparare.
la preghiera, ascoltata, da stamani trabocca dai margini, il sole vince la battaglia settimanale contro il lunedì, io trovo il coraggio di rispondere sì a chi ripone speranze nel mio buonumore, il telefono squilla le due volte in cui non me lo aspetto.
anche se continuo a pensare di non meritarti, comincio a valutare l'opzione impostata: esserci sempre e comunque, non mollarsi mai.
ma la cosa più bella - quella che strappa i sorrisi al vento che spettina le foglie ed i capelli, per appiccicarmeli addosso, uno dietro l'altro - è che ci credo, oramai. sì, io ci credo.
queste parole, oggi, mi piovono addosso, insieme al cielo che ha trovato la via, dopo due giorni di variabile puro, di sciogliersi in gocce, quasi lacrimate.
ci sono parole che ci aspettiamo. talvolta, errando, le sentiamo come dovute. talaltra le avvertiamo dentro come necessarie, una boccata d'aria dopo minuti di apnea - e non possiamo che sperare che qualcuno ce le faccia recapitare per tempo.
poi ci sono quelle parole che, pur se attese, pur se sperate con tutti noi stessi, quando arrivano, non sono mai come te le aspettavi. mai abbastanza perchè molto di più. eppure, quando hai finito di leggerle, o meglio di ansimarci sopra, capisci che non sono comunque, pur con tutto l'impegno che puoi aver preventivato di investire per vincere il premio bontà dell'ultimo scampolo di questo anno altalenante, mai abbastanza.
queste parole, oggi, sono il dono più grande perchè più doloroso. il gesto più profondo perchè più inevitabile. la sorpresa più vera perchè più temuta.
adesso sto percependo la sincerità fuoriuscire da me. è questa sincerità che mi porta a dire che sì, questo era un modo come un altro per provare a superare un guscio protettivo cui non voglio arrendermi. mi sarei attesa un sms, una telefonata addirittura. mi sarei attesa l'impossibile che non ho ancora capito non abitare qui.
la mia sincerità mi bolla ancora una volta, e per sempre, per egoista. e scioglie la magia del dono in un pulviscolo di incerte gocce di pioggia rappresa.
non esistono le parole che io non merito. ho solo mirato a travisarle con quelle che hai sempre meritato tu.
Trucco perfetto,
un sorriso dolente
e il cuore in panne.
...le parole fuoriescono leggere come battiti d'ali, poi scorrono rapide come lacrime sulla china del volto, fino a cadere a terra. lì, dove è giusto che il tanto tempo trascorso in mezzo le abbia infine rintanate.
...le parole sono più di quelle che un tardivo buonsenso oramai imporrebbe. non si frenano davanti all'evidenza dell'assurdo, ma - esplodendo in tutta la loro decompressa verità - già sanno di aver preso il volo verso l'oltre.
l'oltre di ciò che lui ancora non sapeva, che io ero stata brava a nascondergli. perchè l'apprenderlo non avrebbe mutato un percorso già segnato. indicato dal destino dal primo incrocio di sguardi, dal primo sfiorare di dita.
"non è successo e basta": sta in cinque parole tutta la vacuità di ciò che ho sentito, sofferto, implorato, pianto, gridato. sempre da sola. per tutto questo tempo lunghissimo.
eppure, in questa notte, comincio a provare orgoglio dei miei sentimenti. ad essere grata di aver amato a scatola chiusa. per quel poco che conta, per quel poco che varrà.
[questo post è dedicato ad una persona che, con tutta probabilità, nel suo modo dolcemente distaccato di essere presente, lo leggerà. vi si riconoscerà. infine capirà che non ha senso sentirsi responsabile. il mio silenzio faticoso è stato il mio regalo per lui, finchè vi era motivo di temerne il peggio. le mie parole nella notte, adesso, sono il mio regalo a sorriso aperto, per indicargli, se può esserci, un'altra strada che ci porti fuori...]
mi piace la citazione di cui sai, già - e soprattutto - a partire dal titolo. "l'eloquenza delle lacrime": di tutte, da quelle non trascurabili, tracimate dagli occhi, a quelle sommesse, sussurate, implorate di non farsi scorgere.
"macchetelodicoaffare?" mi verrebbe da dirti talvolta... è così normale trovare le parole che combaciano, le sensazioni coincidenti, il brivido di empatia che corre lungo la schiena, che mi sembra quasi di rischiare di perdere la retta via del loro giusto valore.
ma non è così, stai tranquillo. ad ogni lieve sbandamento segue una ripartita da manuale. ad ogni sospiro di solitudine fa da dolce contrappasso l'abbraccio dei tuoi onnipresenti pensieri.
cosa hai detto, stanotte? che siamo amici anche nel tempo che passa tra l'ultima telefonata di ieri ed il primo messaggio di oggi. mentre mi interrogo su quali ferite mi hanno insegnato a non pensarla così, sorrido dentro alla voglia di ricominciare ad impararlo. una volta per tutte. bene.
Quattro vuoti non più a rendere, ma soltanto per comodità.
Una superficie calpestabile che pare quasi un tavolo.
Inutile opporre resistenza.
Questo dolore, transiente ed urlato sottovoce, copre, per qualche istante, quello continuo e profondo.
Poche lacrime e poche ipotesi sulle cause.
Forse i postumi del male più nuovo, che lascia senza respiro, nasconde ogni cosa, ma si allontana velocemente.
Forse la sicurezza di un dolore finalmente normale ed ascrivibile.
Forse quei tre respiri a seguire, mentre l'anima sembrava essersi volatilizzata.
"Ad te suspiramus, gementes et flentes, in hac lacrimarum valle" cantata con la voce perfetta di Andreas Scholl.
Stavo passeggiando per la strada e ho creduto di vedere la tua fotografia sulla copertina di un libro. Mi ha fatto ripensare a com'eri diversi anni fa, quando ci siamo conosciuti e potevo vederti più spesso. Ho sfogliato rapidamente le pagine dei miei ricordi e ho sentito un po' di malinconia ed un brivido di freddo. Per un attimo mi è parso di avere una piccola scheggia di ghiaccio fondente appoggiata sul cuore; ma forse mi sono sbagliato, forse sta soltanto arrivando l'autunno.