usando la memoria fino a dove serve, dimenticando se non serve
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il libro che non ho letto,
la canzone che ho ascoltato troppo,
l'ovatta in cui sogno di trovare riposo,
gli odori che reinnescano sensazioni inesplose.
o soltanto l'alba di una buona giornata.
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una settimana fa
mio cugino a. è il fratello che le figlie uniche non hanno. ed io sono per lui la sorella che i figli unici non hanno. non parliamo molto, noi due. abbiamo quella empatia silenziosa che passa dagli occhi, dando per sottinteso ciò che il cuore sa, sin dai tempi della sua gelosia bambina, dei miei capricci da cugina più piccola, delle diverse strade di studio, lavoro e vita e di certe piccole invidie che in altri, nei grandi, hanno suscitato, fuorchè in noi.
talvolta, scherzando, ci scambiamo pareri impossibili sulle nostre pur così diverse ipocondrie. d'altro non parliamo. da quando il suo secondo testimone di nozze - e mio indimenticato primo amore - mi lasciò con meno di due parole e una porta sbattuta in faccia la bellezza di undici anni fa, abbiamo stilato il tacito patto di non dire niente.
forse perchè in ogni mia parola potrebbe annidarsi una velatura d'invidia per l'amore grande che lo lega a colei che da sempre è la donna della sua vita. o un impercettibile sbandamento nel legame fortissimo che ho stretto col suo magnifico bambino.
forse perchè in ogni sua domanda sul dove vado, chi vedo, cosa faccio potrebbe nascondersi, inconscio, l'interrogativo su cosa aspetti a ricominciare sul serio.
oggi, per esempio, è scappata una magia di non detto.
c'era una verde terrazza addobbata di palloncini e affacciata sulla città. c'erano tavoli ricolmi di ogni bendidio da mangiare e bere. c'erano le bomboniere bianche e blu della comunione. c'era questa donna che ha dimenticato come muoversi, chiusa in un tailleur di seta lucida che le donava sin troppo. c'era una lacrima, discesa nella diaspora di freni inibitori alla lettura di un abbraccio-sms di una carissima persona.
in quell'istante preciso, dall'altro lato del giardino c'era il suo sguardo senza parole. quelle parole dicevano: dov'è finita mia cugina r.?
non so se i miei occhi abbiano saputo rispondergli che non tornerà mai più.
nella tardissima pausa caffè del nostro ufficio, entriamo nel bar inaugurato di fresco. d. allunga una mano verso l'effetto sassolini-prigionieri-nel-vetro del bancone ed esclama "che carino!". nella voce l'accento de latina, nel viso quell'espressione che ho imparato a riconoscere, solo perchè vi rivedo me tra otto anni: stessa sindrome di peter pan mai guarita, stessi palliativi contro una solitudine cercata, forse meno kg addosso e più cura di me.
che mi sento sporca dentro, di quello sporco che nessuna doccia potrà togliere, non ho forza di dirlo a nessuno, perchè non ho voglia di piangere altro. la mia amica a. da giorni si merita una mail che non trovo il "coraggio" di scrivere. altre amiche, qua, si aspettano che il sorriso stampato sulla faccia dalla metà pomeriggio di ieri si tramuti in parole: versante uno / versante due, che importa. terza via, forse.
oggi ho ricevuto l'invito al matrimonio della mia vecchissima amica s.: domenica 3 settembre. dopo aver cominciato a tremare senza capire, l'inconscio o cos'altro sta annidato dentro me ne ha chiarito la matrice. quel giorno - ma potrebbe essere anche uno così vicino a quell'altro da far venire i brividi... - indosserò l'abito più bello che abbia mai indossato. e berrò tanto quanto non ho mai fatto, meno che mai ad un matrimonio chic quale si preannuncia il suo.
è anche per questo motivo che tengo stretto tra le mani il biglietto da visita di un medico che mi è stato vividamente consigliato. perchè è bravo, intendiamoci, non perchè possa aiutarmi sul serio. solo perchè non mi va più di formulare tra me e me lo sforzo mentale di farcela: ogni giorno che passa, che è un giorno in più da due notti fa, un giorno in meno dalla fine dei balli.
nei limiti consentiti dal comune senso del pudore, sono pochissime, all'età che mi pregio di aver raggiunto, le cose che mi gettano nell'imbarazzo più totale.
la telefonata ricevuta ieri sera alle ore 22:15 (minuto più minuto meno) è tra quelle. ed è stata un moltissimo splendido regalo.
[gran bella voce, tu...]
"e se quando muoio vado in paradiso e tu non ci sei, non entro neanche."
[mai come adesso vorrei che in fondo alla riga ci fosse un punto. e a capo.]
il mio amico a. versa nel brutto periodo: lasciato dalla moglie e dal bambino che sono due anni almeno, mi viene mollato or ora dalla convivente. stupisce la simultaneità della morte del gatto, il piccolo dolce mozart, già messo su quale micio di coppia.
ieri me lo sono trascinato dietro nel sabato di shopping con le amiche. ha passato un pomeriggio spensierato. per la prima sera dopo tre, ha pure mangiato. mi fa bene far star meglio qualcuno. ripensandoci, mi avrebbe fatto star bene chiedere pure io a qualcuno di farmi star meglio, invece che continuare a battere sul chiodo fisso dei miei pensieri.
intorno al tavolo di legno di un improbabile pic-nic dentro il centro commerciale, abbiamo parlato - riso, finanche - di precariato sentimentale: gli amori finiscono, le convivenze cessano, i matrimoni vanno in frantumi. e non solo sui versanti che mi sarei aspettata, persino sulle sponde dell'inimmaginabile. mi chiedo se sia dovuto ad una combinazione infausta di latitudine/longitudine. c'è la speranza che si tratti di un'epidemia: destinata a spostarsi da qui, ad emigrare altrove. 'tieni duro, aspetta'. [intanto mi sono chiesta se penso così basso di me da aspirare di essere seconda scelta.]
c'è ancora sole, oggi, in dispregio delle previsioni: sdraio in giardino e musica per (non)pensare. più tardi porto a. al cinema.
frase del giorno [ieri]: lei è quella che, quando si dice 'eravamo in 3 o 4', era la quarta.
(g. e m., o giù di lì)
è fatto noto che in 'sto posto non succede niente per tutto l'anno. niente fino a luglio.
a luglio si scatena la meglio gioventù della piccola città, l'età dell'oro che sconsiglia di fare vacanze intelligenti in periodi meno affollati, onde evitare di perdersi il sold out; e che contribuisce a rendere la città vuota-ma-proprio-vuota ad agosto.
ci sono i giorni della festa grossa e vera, quelli delle giostre e dei costumi medievali, del cappottino rosso sul tetto del duomo, dei maccheroni sull'anatra e dei fuochi sul raccordo autostradale.
ci sono i giorni del festival-blues, che può piacere come no, sebbene quest'anno annoveri tra gli ospiti (in crescendo per me) robert plant, ben harper, bob dylan. giorni che significano folla di fricchettoni e punkabbestia da ogni dove, nonchè discesa a valle dal gran burrone degli elfi delle nostre montagne. chi sono? può dare spiegazioni a proposito l'avv. di mantova che suo malgrado ne è divenuto sommo conoscitore, dietro mie oculate dritte, nei giorni scorsi.
ma che a tutto ciò si aggiungesse un p. festival di imprecisata matrice proprio non me lo aspettavo. eccoli lì, inanellati in un cartellone che non potevo aspettarmi: il 7 ivano fossati; il 13 vinicio capossela; il 18 caetano veloso.
questi, sig. sindaco già più bello d'italia, sono colpi bassi doc. sono manovre azzardate in vista di una campagna elettorale che qui, dal '45 in poi, non ha mai avuto gioco. tutto ciò, più che altro, è un legalizzato attentato dinamitardo alle mie tasche.
si può?